Senza saperlo, era "Solo un ragazzo"

Una figura nel buio con un cappuccio in testa, il vuoto di un figlio che non ha mai trovato il proprio posto nel mondo.



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“La fatica che avvertiva nel fingere di sentirsi a suo agio, i sorrisi forzati, la voglia di scappare.”

Nella vita di Sara e Pietro c'è una grande fossa vuota, con al centro un nome che non si riesce a pronunciare. E’ quello mai espresso di chi era Solo un ragazzo, la cui presenza allucinata permane nella vita di una famiglia di Cave, quasi alle porte di Roma, a tenere unita nel lutto e nell’incessante ricerca di una possibile risposta una famiglia esplosa. Elena Varvello legge in successione cinematografica le vicende che si svolgono tra le strade, i boschi e un corso d’acqua di un piccolo paese alle porte di Roma, dove i vari personaggi alzano lentamente le loro mani e danno il via a una accesa discussione sul senso della vita.

“Cercare i pezzi che sono sparsi in giro, provare a riattaccarli. Io non ci riesco, sembra.”

Lui non ha un nome. Era solo un ragazzo inquieto, sta cercando un posto nella vita. Sgomitava, parlava una lingua che non viene intensa, poneva domande a cui si sovrapponevano silenzi o risposte scontate e per lui prive di senso. Elena Varvello ce lo restituisce nei suoi tratti essenziali, con una felpa addosso e il cappuccio sceso sul volto, per nascondersi o per non vedere troppo quello che gli risultava incomprensibile e ingestibile. Con una scrittura che arriva al cuore sempre ferito di tutti coloro che lo hanno incontrato, al centro del romanzo c’è infatti un giovane precocemente scomparso, alla ricerca in modo singolare dell'asse di senso della vita ma pronto a fare calare la notte sui suoi occhi proprio mentre si aprivano alla vita.

“Voleva dirle che quella era una parte di lui, o che sembrava lo fosse: aveva fatto certe cose. Disse soltanto: - I non lo so il perché.”

Elena Varvello, Solo un ragazzo (Einaudi 2020) scrive in una lingua che nella prigionia del quotidiano di vite comuni diventa un contenitore bucato, da cui fuoriescono domande continue che crescono con lo svolgersi della storia. Incapaci di tenere insieme il significato delle cose, i sopravvissuti inventano una vita che taglia fuori le cose di cui non vogliono parlare. La loro cadenza è veloce, mentre si pongono queste domande. Poi scivolano nel rumore dei giorni, delle scelte rimandate, delle parole non dette. Se la narrativa, come sosteneva Foster Wallace, ha il compito di ‘farci entrare’ nelle cose, Elena Varvello ha bucato un po’ tutte le barriere del pregiudizio e del semplice porsi dalla parte del giusto.