• Anna da Re

Di cosa parliamo quando parliamo di America

Ho letto recentemente due libri, due saggi, diciamo sull'America. Uno era anche bello lungo, giusto per non perdere il vizio. Ora due libri sull'America sono niente. Ce ne sono a bizzeffe, per non parlare della letteratura americana, dei best seller che ci arrivano da laggiù nella speranza di ripetere lo stesso successo, della manualistica self help e chissà cos'altro che non mi viene in mente.


Perché quando sei un paese grande come l'America, e parli una lingua che è dominante (anche se seconda a quella spagnola) e diffusissima e che in tanti vogliono o devono imparare, quando hai queste premesse per forza i libri parlano di te, per te, contro di te.

Del resto nella mia vita credo di essere anch'io tra quelli che hanno letto tanta letteratura americana, tanta saggistica, e l'hanno fatto per scelta, interesse, passione. I due libri che ho letto nei giorni scorsi sono particolari, e a me hanno dato molto da pensare.



Francesco Costa e la sua California

Il primo è California (Mondadori), di Francesco Costa. In questi giorni lo vedete anche in classifica, perché ha raccolto subito un grande interesse, e lui è stato anche in giro per festival ed eventi a promuoverlo e farlo conoscere. Francesco Costa è un giornalista anomale, nel senso che è andato in America più volte ma mai mandato da qualcuno; ci è sempre andato diciamo "a spese sue", e soprattutto se ne è andato in giro come gli pareva a lui, a seguire le storie che secondo lui valevano la pena, e a cercare di capire questa America grande e complicata e sì, un po' incomprensibile. Il primo libro si intitolava Questa è l'America, e per chi come me in America ci era stato più volte e in posti diversi e studiandoci e lavorandoci un po', era finalmente un libro vero, il libro di qualcuno che aveva "guardato" davvero l'America. In mezzo c'è stato un libro su Joe Biden che mi permetto di definire un po' minore, e ora è uscito California. Sotto titolo La fine del sogno.

Aggiungo alle tante premesse che mia sorella vive in California. Vive in America da più anni di quanti ne abbia vissuti in Italia, ormai credo si avvicini ai 40, e in California ci ha vissuto più di 20 anni. In posti diversi e facendo lavori molto diversi tra loro. E io ovviamente sono stata da lei diverse volte, in diversi posti, facendo diverse cose.

Quando mia sorella dice che vive in California gli occhi dell'interlocutore italiano si accendono e le orecchie si alzano. C'è un misto di invidia, di ammirazione, di curiosità. Qualcosa che se dite vivo a Monza non succede neanche per sbaglio.


Sognando California

Perché appunto la California è un sogno, non è un posto. Almeno finché non ci vivi.

Il libro di Francesco Costa comincia raccontando che, per la prima volta da quando la California è stata "creata", la gente se ne va. Invece di essere un posto in cui tutti arrivano e nessuno se ne va, è diventata un posto dove quelli che se ne vanno sono di più di quelli che arrivano. Non perché manchino il lavoro o le opportunità. Nè perché non sia più un posto liberale, aperto, tollerante, amichevole. Ma sostanzialmente perché mancano le case. Che è un po' dire il fondamento.

Se in California ci siete stati, o anche solo se avete visto qualche film, avete visto quanti homeless ci sono e vi siete sicuramente chiesti come sia possibile che un paese ricco come la California non trovi un modo per risolvere il problema. Considerando poi che un numero sempre maggiore di questi homeless lavorano e hanno un reddito. E che quindi non è un problema di persone cadute fuori dalla società, sebbene ci siano anche quelle. Il problema è che non ci sono abbastanza case, e quindi che le case costano troppo. Nelle zone dove c'è tanto lavoro la gente vive in posti orrendi oppure si fa centinaia di chilometri casa-lavoro-casa e finisce per dormire in macchina per risparmiare tempo. E quindi se a un certo punto si presenta l'opportunità di andarsene, in Texas, in Idaho o in Colorado, beh ci vanno.


La gentrification

Che detto così non sembra un problema. Se non fosse che questi californiani non si portano dietro solo uno stile di vita che poi diffondono, ma si portano dietro anche il problema di tanto lavoro, tante opportunità, prezzi delle case alle stelle, impossibilità di vivere dove si lavora. Naturalmente non è colpa dei californiani ma del modello che sta dietro a questo modo di procedere. Con degli stati e dei governi che non sono in grado di fare nulla per calmierare il prezzo delle case o costruirne di nuove in modo efficiente e sensato.

Anche qui in Europa, anche a Milano senza andare lontano, succede che dei quartieri che prima erano popolari, accessibili, normali, a un certo punto diventano chic, diventano desiderabili, e chi ci abitava prima non si può più permettere di starci. Perché insieme ai prezzi delle case aumentano anche quelli dei negozi, dei bar, dei servizi. Si chiama gentrification e l'abbiamo vista succedere in diverse zone di Milano, non ultima l'Isola, quartiere super popolare diventato hipster, trendy, bellissimo sì ma al limite dell'invivibile per non chi sia ricco e magari anche giovane.

Però appunto, in America certe cose si vedono meglio. La scala in cui avvengono certi cambiamenti è tale che diventa istruttiva, paradigmatica.


L'impero del dolore di Patrick Radden Keefe

E il secondo libro? Di quello vi accenno solo, ci ritornerò che se no questo post diventa troppo lungo. Si intitola L'impero del dolore, ed è scritto da Patrick Radden Keefe. Anche Keefe è un giornalista, di grande reputazione negli Stati Uniti ma non conosciuto da noi. E il libro racconta la storia della famiglia Sackler, che detto così lo so che non vi dice niente, ma è la famiglia proprietaria dell'azienda farmaceutica Purdue che produce l'OxyContin, un potente oppiaceo spacciato per antidolorifico che non dà assuefazione. Peccato che non esistano oppiacei che non danno assuefazione, come testimoniano le guerre dell'oppio di storica memoria. Ma si sa che a noi umani piace credere a quello che ci fa comodo, finchè ci riusciamo. E quindi quando l'OxyContin è stato immesso sul mercato con la sua promessa di eliminare il dolore senza conseguenze, i medici per primi ci hanno creduto. È interessante che parte di questa storia è stata raccontata proprio da Francesco Costa, nel suo primo libro sull'America. Ora Keefe esplora il ruolo e le responsabilità della famiglia Sackler, che ha sempre negato di avere avuto una parte attiva nella produzione e soprattutto commercializzazione del farmaco. E racconta anche la miriade di cause intentate alla famiglia, e come si sono per ora arenate.


E visto che davvero tout se tient, il film che ha vinto il Leone d'oro a Venezia, All the beauty and the bloodshed, racconta la lotta dell'artista Nan Goldin proprio contro la famiglia Sackler: anche lei vittima dell'OxyContin, determinata a usare l'arte e la sua posizione di artista affermata per denunciare lo scandalo e cercare finalmente di ottenere giustizia. Insomma c'è da appassionarsi, a queste letture non romanzesche. Del resto si dice che la vita ha più fantasia di qualsiasi scrittore, ed è proprio vero! - Anna da Re