• Lamberto Santuccio

Douglas Stuart, Il giovane Mungo

Devono esserci delle immagini, delle dettagliate istantanee di specifici vicoli e cieli all’orizzonte impiantate saldamente nell’immaginario di Douglas Stuart, e di certo c’è anche un’urgenza ben precisa. Perché dopo le vicende raccontate in Storia di Shuggie Bain, suo romanzo d’esordio col quale si è aggiudicato il Booker Prize del 2020, l’autore scozzese resta nella sua Glasgow e fra identiche coordinate fisiche e sentimentali anche nelle pagine del suo nuovo Il giovane Mungo, pubblicato da Mondadori nella traduzione di Carlo Prosperi. Ed è nuovamente una dura e poetica storia di crescita e scoperta di sé costruita attorno a un ragazzino e al suo ambiente tremendamente difficile.



Una madre e tre ragazzini

La più grande città della Scozia, negli anni novanta, ha tutte le tonalità di una classica ambientazione dickensiana. E la famiglia del protagonista, bislaccamente chiamato Mungo proprio come il santo protettore di Glasgow, ne riassume a fondo le caratteristiche. C’è una madre alcolizzata come lo sono tutti i precari e disoccupati dell’era post-Thatcher, che fra i fumi dell’alcol e quando il nuovo compagno di turno non la tiene lontana da casa si trasforma in un essere anaffettivo, claudicante e violento. C’è Jodie, la sorella, una giovane donna che si ritrova allo stadio precedente del percorso di degradamento rispetto alla madre e che inizia già a sentir vacillare le promesse di un cambiamento radicale di vita e a subire sul proprio corpo i duri diktat del sistema machista. E infine c’è Hamish, il fratello maggiore, un capobanda da favelas, vandalo e bullo, che incarna coi suoi raid di periferia la frattura ingiustificata fra cattolici e protestanti del quartiere. Non ci si può certo chiedere cosa ci faccia il quindicenne Mungo in questo contesto; che domanda stupida, lui è lì e basta! Ma non sa lanciare mattoni contro i poliziotti o immergere la lama di un coltellino a scatto dentro la pancia di un rivale, non si masturba sui giornaletti dei coetanei e non riesce a non amare la madre, anche quando ne porta sulla schiena i lividi causati delle botte. Rimane ingenuamente sé stesso, col dolore che gli sale a ondate dal torace su fino al volto e gli disegna addosso la smorfia di un tic che lo smaschera costantemente agli occhi di tutti.


Un amore adolescenziale

In questa situazione è facile carpire cosa possa rappresentare per Mungo l’incontro con James, simile a lui ma legato all’altra sponda dello scisma religioso e territoriale. Chiuso a giocare in solitaria con uno stormo di piccioni, orfano di madre e con un padre che si fa ancora più assente con la sua lontananza e il suo silenzio, James sblocca finalmente in Mungo i suoi bisogni più elementari con la semplicità dei suoi movimenti, mostrandogli uno spazio intimo di cui entrambi hanno estremo bisogno e che sono chiamati a salvaguardare dalla sozzura esterna. Ne viene fuori una storia d’amore adolescenziale, fatta di minuscole scoperte tattili fra una peluria non ancora matura e baci dati più coi denti che con le labbra. Ma questi incontri furtivi sono il punto di partenza di una serie smisurata e inaspettata di violenze, che inchiodano Mungo e lo mettono faccia a faccia, nelle battute finali della storia narrata, alle nefandezze più cruente e sanguinarie che si possano immaginare.


Crescita e violenza

Se Il giovane Mungo è evidentemente un romanzo di formazione, classico anche nella sua costante messa in luce di gesti e moti dell’animo, lo è in maniera molto complessa, perché il protagonista sembra dover apprendere come stare al mondo in tempi diversi e secondo un graduale aumento di difficoltà delle lezioni. Le frasi delle bande di ragazzini o i sempreverdi nomignoli che i vicini di casa danno nel loro dialetto agli omosessuali fanno immediatamente capire a Mungo l’alterità delle sue emozioni e la necessità di tenerle nascoste; ma la ridda di orrori, quando scoppia, ha frequenze talmente alte che alla fine il ragazzino è costretto a dover prendere coscienza delle “lezioni ricevute dalle visite inattese della violenza” e a riconsiderare anche l’amata madre e la fondamentale sorella attraverso questo nuovo filtro. Un ennesimo romanzo, necessario, a ricordarci quanto siano difficili quegli anni lì nella biografia di ciascuno, ma quanto lo siano ancora di più per tutti i frocetti della scuola, i finocchi del cortile o le femminucce del quartiere, per i quali la violenza, quando non assume i gonfiori nauseabondi raccontati in queste pagine, è crudele anche e soprattutto nel linguaggio non controllato e nelle aspettative di genitori e professori.


La grazia del raccontare

Fedele alla tradizione, nel suo corposo romanzo Douglas Stuart è abile nel calibrare ciò che accade dentro al giovane Mungo a ciò che gli vortica intorno, senza mai arrivare a orpelli eccessivi. Con un’unica voce sa raccontare il naso rotto e la carezza attorno a un capezzolo senza forzare troppo il tono in nessuno dei due casi, e lascia il lettore attonito nel constatare come la più bieca violenza sessuale possa accadere fra gli sterminati paesaggi scozzesi, sotto un cielo enormemente illimitato e accanto a ruscelli semighiacciati. Stuart possiede, in definitiva, la grazia di chi ha trovato (e usa con estrema facilità) il ritmo adatto a quell’età e quella realtà storico-sociale che schiacciano il protagonista rendendocelo subito assai caro; amare il romanzo ed entrarci di testa è un moto quasi spontaneo per il lettore. - Lamberto Santuccio