Tash Aw, "Stranieri su un molo", add editore

Un tour guidato nell'Asia moderna, raccontando una storia familiare fatta di migrazione e adattamento.



Il razzismo è approvato e perpetuato in Italia anche dai “meno sospettabili”, un razzismo “inconsapevole” e “bonario” diffuso tra le persone comuni e accettato perfino da chi pensa di non avere stereotipi o pregiudizi. Le discriminazioni e le violenze a cui assistiamo ogni giorno non sono frutto della semplice ignoranza, a differenza di quello che si dice spesso. Mi sono rivolto a Tash Aw, conosciuto recentemente attraverso Noi, i sopravvissuti (Einaudi 2020) e mi sono messo subito alla ricerca di altri suoi testi tradotti in italiano. Ho avuto qualche difficoltà nell’immaginare la geografia di quel romanzo, localizzare nello spazio i luoghi della vicenda e sono stato contemporaneamente incuriosito dalle sue origini, leggendo Stranieri su un molo.


La Cina descritta da Tash Aw non è un Paese monolitico, i cui abitanti sono per definizione lavoratori indefessi, ma non siamo in grado di distinguere - e io nemmeno di pensare - chi sia un hokkien, un hinanese, un cantonese, un hakka o un teochew. Tash Aw, nipote di un teochew immigrato in Malesia, vive sulla propria pelle sia la generalizzazione che lo porta ad essere scambiato per malese a casa, thailandese a Bangkok e giapponese a Tokyo. È culturalmente un immigrante e indaga quale in questo agile volumetto quando questo bagaglio culturale diventa una zavorra di cui è meglio liberarsi, quando i legami di clan della stessa etnia che si sono costituiti in un paese straniero, si allentano o vengono tagliati o la lingua si perde lungo i percorsi della storia familiare.


Sono in un taxi a Bangkok. Il mio compagno di viaggio – europeo, bianco – parla un thailandese spedito, ma ogni volta che dice qualcosa l’autista si rivolge a me per la risposta. Io scuoto la testa. Pom mai ben Thai. Non sono thailandese. No Thai. Lui continua a parlare con me, non con il mio amico. Sono il canale passivo di questa strana conversazione a tre.”




Tash Aw rivede gli aspetti più dolorosi della vita dell’immigrante, a partire dai suoi nonni, “stranieri su un molo” malese che stringono un foglietto su cui c’è l’anello della catena di esiliati a cui si congiungeranno, un parente, un amico che consentirà loro di insediarsi e piantare il seme per le generazioni future. Emigrazione che attualmente per i popoli asiatici è sinonimo e trappola di schiavitù anche psicologica.


I miei tratti sono neutri, lievi, la mia carnagione cangiante… La mia faccia si mimetizza nel paesaggio culturale dell’Asia”. E poi, non è forse vero che uno dei desideri più diffusi, ad ogni latitudine, è “che tutti ci somiglino.”

La faccia, il volto, il corpo, l’inflessione linguistica tradiscono false provenienze. Nulla come il melting-pot globale mette in crisi il concetto di identità. Tash Aw pone una sfida all’orizzonte cognitivo del lettore europeo. Non è semplice seguire l’autore nel dedalo di lingue e dialetti (hokkien, teochew, hakka), termini inconsueti per il nostro vocabolario, ma entriamo subito in sintonia con i protagonisti della storia, partecipi di un sentimento di alienazione. La lingua, i costumi e l’inedita geografia del territorio costituiscono barriere da superare.

A fine volume, in un’intervista appositamente pensata per l’edizione italiana, lo scrittore si sofferma su alcuni aspetti del libro, scioglie nodi terminologici e risponde a domande riguardanti le patologie dell’epoca contemporanea, il razzismo redivivo e i rinnovati nazionalismi, soppesando il valore dell’identità e il ruolo della lingua nel contesto dei fenomeni migratori.