• Federico Angelini

Per tutto c’è il suo tempo

Laura Imai Messina in Quel che affidiamo al vento (Piemme, 2021) innesca una riflessione sul significato del tempo da un luogo tremendo e allo stesso tempo romantico: la cabina telefonica in un giardino private e meta di pellegrinaggio, che si trova sul fianco scosceso di Kujira-yama, nel nord-est del Giappone, dove attraverso un telefono scollegato, ossia ilvento, le persone si mettono in contatto con i defunti.



In questo luogo intriso di nostalgia, cose non dette, dolore e impotenza, si incontrano Yui, una ragazza che ha perso madre e figlia nello tsunami del 2011, Takeshi e la figlia, che ha smesso di parlare per la scomparsa prematura della madre.

Il Telefono del Vento –「風の電話」/kaze no denwa – diventa lo strumento in grado di accompagnare l’impotenza dei personaggi nei confronti della morte a un compromesso, passando attraverso la nostalgia e la speranza.

L’ambientazione del romanzo è piena di nebbia, sfocati, pensieri e silenzio, che si alternano nelle vite dei protagonisti. Il passato di Yui e Takeshi, il loro incontro casuale e il loro nascente legame, prendono forma in immagini delicate e di grande impatto emotivo; il ritmo narrativo è costante e cantilenato in una danza tra presente e passato. Bell Gardia, dove si trova il telefono dei legami, diventa per i tre il racconto di un appuntamento, un rituale, un balsamo, un confine per il proprio dolore ma anche l’alba di una nuova prospettiva.

Ma se la perdita e lo smarrimento restano i contorni della narrazione, il cuore della vicenda è il coraggio di riappropriarsi della possibilità di essere felici, di ricominciare ad amare, di fidarsi nuovamente della vita che non tradisce.

Dietro a Quel che affidiamo al Vento c’è lo specchio della vita di ognuno, senza nichilismo, né lieto fine, come delicato memento mori, perché come recita l’Ecclesiaste “per tutto c’è il suo tempo, c’è il suo momento per ogni cosa sotto il cielo” (Qohelet 3:1). E così “seduta su un tronco tagliato, Yui spiegò sulle ginocchia la mano destra, poi la sinistra. A turno le guardò. La sua bimba avrebbe continuato a camminare, sorretta dalla mano di un altro?”. -Federico Angelini