• Carlo Albarello

Quando in scena è la poesia


Attrice e regista, Sonia Bergamasco rivela la sua voce poetica con Il quaderno.


Ogni scrittura creativa contiene memoria di scritture anteriori: è il luogo del doppio e della rifrazione, specie quando riscrive la vita in un ostinato tentativo di avvicinamento al reale e alle sue deformazioni. La poesia per alcuni è l’esatto equivalente di una partitura musicale. Non vi è tutto annotato. La voce e il timbro non possono essere fissati. Ognuno cerca di utilizzare al meglio le proprie possibilità vocali, per fare uscire dal testo un tono incontestabilmente nuovo. Eppure, la voce si sovrappone al testo, irriducibile alla lingua che si legge in esso, una lingua di altro tipo: né messianica né originale ma piuttosto tessuta in un dispositivo singolare. La poesia d’essenza fonetica, asemantica de Il Quaderno di Sonia Bergamasco (La Nave di Teseo, 2022), prefato da Maria Grazia Calandrone, riesce a catturare particelle vocali, facendo aderire il segno grafico alle labbra e ai muscoli della bocca.


Potremmo parlare di una dilatazione sonora della poesia, che si allarga al corpo, luogo di incontro tra il linguaggio e il mondo. Come resuscitare questa ignoranza assoluta? La scena di partenza è semplice. Seguendo la scia di una mano d’inchiostro, impastato di suoni e immagini, rintraccia i modi per sfuggire dal peso di un lascito, che dovrà essere interpretato come segreto d’infanzia o contemplazione dell’istante. Una linea ondulata della memoria, in cui è facile osservare come, accanto a forze tematicamente centrifughe (i motivi dell’annullamento e dell’abbandono), insistono forze che parlano di coesione dei frammenti, di vita di un Pesciolino, affezionato come l’Autrice alla familiare presenza degli affetti e al contempo esposto alla vertigine che dissolve ogni purezza. La vita è spesso un’infelice contraddizione, con desideri infiniti ma scorte limitate; un’irregolarità nello sviluppo della specie, in cui trucchiamo le carte a favore dell’uno o dell’altro. Potenzialità infinite che possono manifestarsi attraverso la regia di una ragazzina pallida e tremante.

Per sfuggire al peso del ricordo, Sonia Bergamasco non si ferma ai piani alti della declamazione. Scende nel seminterratto, non teme il trabocchetto del palcoscenico. Le piante dei suoi piedi lo conoscono misura per misura, ed è logico che sia così. Legge e riscrive «pagine e pagine di commento a una visione», seguendo il tratto di una «linea ondulata», che conserva il «brivido felice di quella scoperta». Lo presenta come un lavoro di riscrittura, meglio di traduzione di una traccia nata da sollecitazioni esterne (una presenza umana, un amico, una richiesta), sempre limitate a poche parole. Da poetessa, Bergamasco conosce la necessità di andare oltre l’io, per divenire una voce più che autobiografica, dove sottotraccia corre la consapevolezza di un desiderio, sciolto e nudo, assieme alla sensibilità per la sillaba e il ritmo, come dice T.S. Eliot, provvisorio padre dei contrasti, per riportare alla luce quel che c’è di primitivo e dimenticato. - Carlo Albarello