• Carlo Albarello

Viaggio con Matteo Nucci nell’impero dei sogni e dei ricordi

Lo si potrebbe definire il problema dei problemi quello affrontato da Matteo Nucci in Sono difficili le cose belle, pubblicato da HarperCollins. Quanto, del nostro destino, discende dalla disponibilità ad abitare il presente senza dimenticare e senza fantasticare, con tutte le possibilità di abbandono all’impero dei sogni e dei ricordi? E quanto, al contrario, ci rinchiude nel buio dell’ereditarietà e della ripetizione il chiudere gli occhi al sogno? E qual è, infine, il nostro rapporto con la morte? Per addentrarsi in questi enigmi, Nucci fin dalle citazioni in esergo si affida più volentieri alla saggezza greca che alla psicologia. E in effetti, il titolo è così efficace, nella sua semplicità, che volentieri seguiamo la storia di Arianna, una ragazzina di dieci anni, che non accetta la morte della nonna Mara. E sceglie, mentre procede sulla via che a Roma sale al Gianicolo, di procedere fra i sedimenti della sua fresca esistenza grazie al ritorno improvviso della nonna.


Una novella in forma di fiaba

Questa storia bizzarra e improbabile, in realtà, ci mette in comunicazione con sentimenti e dimensioni simboliche tutt’altro che sconosciute e remote. La nonna, tornata dalla morte, trascorre con la nipote una giornata magica nei giardini di Villa Pamphili, che si riempiono di altri luoghi, memorie e sogni. Entrambe riescono a ragionare a un livello più profondo di quello dei semplici contenuti fantastici, escogitando espedienti capaci di dare a quello che consideriamo vita nuove possibilità. Arianna scoprirà che esiste una vita che resta oltre il confine e la fine del nostro corpo e che il ricordo, frammisto al sogno, conserva viventi le persone, le loro parole e voci.


L’incanto dei ricordi

Quando il corpo naturale è morto, infatti, al suo posto ne subentra uno intatto e vitale, fatto dai ricordi. Viene fuori, dal consegnarsi di Arianna all’incanto della mente, una figura indimenticabile di spettro: l’anziana nonna tenace, dotata di grande dolcezza e forte senso pratico che, spesso in disaccordo con regole e convenzioni, rimane in vita nell’eredità degli affetti trasmessi alla nipote. Pagina dopo pagina, la amiamo sempre di più, questa professionista di una felicità, conquistata a prezzo dell’impegno di vivere qui e ora. Perché sa sfuggire al tedio della quotidianità, è grande dispensatrice di buon senso ed ammiratrice della vitalità immanente.



Qui e ora

Matteo Nucci si fa cultore della razionalità e del sogno rivelatore, delle arcane somiglianze annidate nel dissimile. Il suo ricorso all’immanenza è una diga contro il caos degli affetti e delle fughe verso false mistificazioni, simile a un metodo di conoscenza. Gli viene spontaneo attingere, senza erudizione, alle letture dei testi greci, ostinandosi a sfregare i ramoscelli dei ricordi per far sprizzare scintille di sapienza. E le due protagoniste, tratto dopo tratto, si rivelano così piene di tenerezza e umanità, che davvero non si riesce a immaginare un monumento migliore allo scorrere dei nostri giorni e a quello che sarà di noi, grazie a quella sorta di piega temporale, che è il ricordo. Non residuo da cancellare ma il futuro di tutti. – Carlo Albarello