• Lamberto Santuccio

Vincenzo Latronico, Le perfezioni

Magari durante la settimana di vacanze estive, o in quella fra Natale e Capodanno, o al ponte del venticinque aprile. Due ventottenni o giù di lì, fuorisede dell’asse Nord-Sud Italia, magari ex compagni di classe al liceo, si rivedono e riabbracciano davanti a due caffè in un bar, si scambiano le informazioni di base, ricordami da dove vieni, quando rivai via, e nel mezzo del botta e risposta si lasciano andare a confessioni, speranze, paure. Poi vengono su quei due nomi, i due che stanno insieme praticamente da sempre, la quintessenza del concetto di coppia, tu ne hai notizia? chiede il primo, non li vedo da saranno sei anni, e l’altro sa tutto, li sente via whatsapp, ha i suoi canali di informazione, non ha perso i contatti, ma per dettagliare al massimo il resoconto apre Instagram, digita il nome di quello della coppia che posta di più e allunga il cellulare come quando al controllore si consegna un documento di identità.



Le foto della loro quotidianeità: lo skyline inconfondibile di una capitale europea, l’angolo del loro studio con un cactus sulla scrivania e la luce tagliente di metà pomeriggio a bucare le tende e indorare il pc, il venerdì uno scatto della mostra inaugurata in centro e il mercoledì successivo il tag dell’azienda che è fiera del loro lavoro grafico e che li ringrazia pubblicamente delegando la riconoscenza a una mezza dozzina di hashtag.


Il punto di partenza del romanzo

È un po’ così il modo in cui Vincenzo Latronico, nel suo Le perfezioni (Bompiani, 2022), ci racconta di Anna e Tom, di cui non sappiamo troppo bene l’età, la città di origine o il colore di capelli, ma che conosciamo attraverso altri dati: emigrati a Berlino, freelance in qualche branchia fra design e comunicazione internet (a capirlo si dovrebbe mandare a memoria o citare il vocabolario settoriale del loro impiego, elitario e comprensibile solo per gli adepti), ben piantati nella comunità di stranieri under trenta della capitale tedesca che si muove fra aperitivi e vernissage chiacchierando in inglese. Un’esistenza per oggetti, spazi e nomi astratti, come in Le cose di Georges Perec, l’evidente punto di partenza del libro. Salvo che stiamo pur sempre in un romanzo e che quindi la narrazione, ogni volta che può, sgocciola fra le crepe e gli scarti di queste immagini.


Generazione fluida

Il sesso, per esempio, che non può comparire sui social network ma che si immagina giocoso e abbastanza libero, ha in realtà un che di meccanico e deludente, ancor peggio perché il silente inappagamento non viene verbalizzato troppo. Il lavoro è soddisfacente, ma chiedersi da dove venga o la percentuale di passione che contiene è un rovello sul quale è meglio non soffermarsi. O gli amici, che tali non possono essere definiti perché al loro posto c’è un variegato gruppo internazionale di dottorandi e artisti e stagisti inglesi e portoghesi e spagnoli che arrivano e partono senza avvertire, subito sostituiti da facsimili. Tra le immagini dall’inquadratura perfetta e studiata incorniciate dai like, si piantano sensazioni che mandano fuori fuoco, come quelle fra pagina trentatré e pagina trentacinque: vertigine, frustrazione, scoramento, snobismo, insicurezza, colpe.


Una lingua calibrata e perfetta

In questo romanzo dalla trama estremamente scarna, Latronico fotografa una condizione che non è particolare ma alquanto comune e condivisa. D’altronde Anna e Tom compiono gli stessi gesti che il lettore è esortato a fare in ogni singola riga: nelle pause dal lavoro o la sera a letto, anche loro aprono i social e osservano la vita a immagini e tweet degli altri, quindi forse anche la nostra, e si interrogano più o meno profondamente sul singhiozzo oscuro e non postato fra i sorrisi e le pose perfette degli scatti altrui. Questo non mette a tacere il fatto che ad essere presa in esame è un’esistenza dai cardini ben specifici, quella di chi ha compiuto la scelta di andare via e vive la quotidiana esperienza dello spaesamento linguistico, culturale, meteorologico e culinario, col corollario di dubbi e claustrofobia che tutto questo comporta. Il principale punto forte, che illumina nitido il contenuto del romanzo, è infine la lingua, calibrata a perfezione in un breve testo dalla geometria equilibratissima dove il centro è realmente in ogni singolo capoverso. - Lamberto Santuccio.